lunedì 23 agosto 2010

LA CASTA DELL'ACQUA


Salve, sono Giuseppe Marino, sono un giornalista e sono autore di un libro che si chiama "La casta dell'acqua" edizione Nuovi Mondi e che racconta la situazione delle risorse idriche in Italia. Di come vengono gestite, purtroppo assai male, e di alcune vicende recenti ma che affondano le radici all'inizio degli anni 90 che hanno visto anche una larga partecipazione popolare, un grande interesse riguardo a questo tema dell'acqua che si è così riacceso in occasione anche soprattutto della raccolta firme per il referendum per l'abolizione del Decreto Ronchi che apre la gestione dell'acqua al mercato. L'acqua in Italia non è un settore trasparente Mi sono interessato a questa questione dell'acqua principalmente perché aveva due caratteristiche che la rendono interessante per un giornalista: in primo luogo l'acqua per essendo il liquido più trasparente è comunque prigioniera di molti luoghi comuni opachi; in secondo luogo ho incontrato delle storie molto interessanti da raccontare e che ho cercato di riassumere nel libro. " La Casta dell'acqua", perché il titolo? Innanzitutto perché ho scoperto che l'acqua è prigioniera di una vera e propria casta che è politico - economica. l'Italia è l'unico paese in cui l'acqua è di destra o di sinistra. Le gestioni dell'acqua sono state riorganizzate a partire dal 1994 con una norma, la cosiddetta Legge Galli, il cui intento era di riordinare il settore, innanzitutto cercando di renderlo a gestione industriale, cercando di fare sì che la tariffa pagata dai cittadini ripagasse il consumo dell'acqua, gli investimenti, la sua gestione. Fino a quel momento la gestione era invece così detta in economia: i comuni provvedevano in proprio, con i propri mezzi, questo faceva sì che le risorse per realizzare nuovi acquedotti fossero molto scarse, bisognava richiedere continuamente fondi allo Stato e quindi tutto dipendeva ovviamente dalle volontà politiche del momento. Alla fine del 1993, un parlamentare democristiano Giancarlo Galli, riesce a portare in porto questa riforma che diminuisce il numero delle società di gestione degli acquedotti che allora erano oltre le 10 mila, a quelle che sono adesso: poco più di un centinaio. Questo risultato è ottenuto dividendo il territorio italiano in 91 circoscrizioni e in ciascuna di queste, che vengono chiamate ATO (ambiti territoriali ottimali) erano i comuni che dovevano associarsi, costituire cioè delle autorità che controllassero il modo in cui veniva gestita l'acqua e individuare un unico gestore che per tutto l'ambito si occupasse di portare l'acqua ai cittadini e fare tutti gli investimenti necessari, tra l'altro accorpando in un'unica gestione sia l'erogazione dell'acqua, l'acqua che arriva al nostro rubinetto, sia anche la depurazione e la fognatura. Una rivoluzione che sicuramente modernizzava o perlomeno aveva l'intenzione di modernizzare il settore. Fin dall'inizio era una rivoluzione tradita perché questi ATO non vennero suddivisi come era nella volontà dell'ideatore della Legge Galli in base a bacini idrografici. Se tutti beviamo dallo stesso fiume o dalla stessa fonte sarebbe logico che ci mettessimo insieme tutti quelli che si approvvigionano una stessa fonte per avere un unico gestore. Invece la suddivisione del territorio viene fatta secondo la logica amministrativa, secondo più o meno le province che però è anche - guarda caso - la ripartizione dei partiti politici. Infatti poi i gestori vennero individuati in gran parte in casa; quelli che vengono messi cosiddetti sul mercato, guarda caso, hanno invece una colorazione politica che spesso risponde a quella della maggioranza dei comuni che gravano nello stesso territorio. La malgestione dell'acqua da parte della politica La situazione attuale quindi necessita sicuramente di un cambiamento, perché attorno all'acqua poi sono proliferati decine di consigli di amministrazione, in cui sono presenti politici che dovrebbero essere controllati da altri politici dello stesso partito. Queste autorità che insistono su ciascuno di questi ambiti alla fine sono compagni di partito dei consiglieri di amministrazione che hanno nominato all'interno delle società di gestione. Ne risulta ovviamente un grave conflitto di interessi che ha fatto sì che ci fosse un aumento delle bollette in 10 anni, superiore al doppio del tasso di inflazione. Gli investimenti quindi nel momento in cui le tariffe sono aumentate, sono invece fermi a circa la metà di quello che era stato promesso da queste aziende di gestione, nelle quali c'è sì una presenza di aziende private come soci, ma nel 95%% dei casi, il controllo delle società, almeno sulla carta resta comunque in mano alla componente politica. Il Decreto Ronchi si propone di aprire al mercato, quindi di portare una maggiore partecipazione di aziende private, questo almeno personalmente non lo ritengo necessariamente un male, perché si parla non di privatizzare l'acqua ma di privatizzare la gestione dell'acqua, come l'acqua arriva dalla fonte fino al nostro rubinetto, qual è il problema? Che nelle condizioni attuali, con le regole che ci sono adesso, con la mancanza di autorità di controllo veramente indipendenti e con questa influenza che ha attualmente la politica in situazioni di conflitto di interesse, dare questa gestione in mano a aziende private rischia di portarci a ripetere vicende di privatizzazioni come sono state per esempio quelle delle autostrade, che certamente non sono andate almeno finora a vantaggio dell'interesse dei cittadini. Si tratta quindi evidentemente di fare scelte diverse, un movimento popolare in questo momento che sta raccogliendo delle firme per un referendum, movimento che secondo me dovrebbe soprattutto puntare a concretizzare meglio un'alternativa, a proporre un'alternativa fattibile per la gestione dell'acqua. La proposta di questo movimento è certamente interessante perché punta a coinvolgere maggiormente e più direttamente i cittadini nella gestione della loro acqua, ma certamente questo non è facile quando si tratta di comunità molto grandi come per esempio grandi città come Roma o Milano o per esempio addirittura nel caso di Milano. Sarebbe veramente difficile perché attualmente a Milano l'acqua si paga all'interno delle spese condominiali per esempio, quindi il cittadino singolo non ha neanche la percezione delle spese che sostiene per l'acqua, tra l'altro Milano è una situazione privilegiata, c'è una situazione che è completamente pubblica e Milano ha la bolletta più bassa d'Italia e anche le perdite dalle tubature più basse d'Italia. La situazione in questo senso è molto diversa a seconda delle zone d'Italia, non sempre è tutto negativo al sud e tutto positivo al nord, ma certamente ci sono al sud delle situazioni che sono veramente drammatiche. Ci sono situazioni come quella di Agrigento che sono veramente inaccettabili in un paese moderno situazioni che racconto nel mio libro. A Agrigento è stata costituita una società mista pubblico - privato un modello che va molto di moda che amplifica le situazioni di conflitti di interessi in assenza di regole e a Agrigento i cittadini hanno la bolletta più alta d'Italia, si va oltre 400 Euro l'anno e al contempo ricevono l'acqua in molti quartieri una volta ogni 15 giorni. Nelle case di Agrigento è comune vedere spazi occupati da grosse cisterne per fare scorta di acqua e poter sopperire a questa continua mancanza. Colmo dei colmi nella zona di Agrigento negli ultimi anni è stata ceduta una fonte di acqua minerale, è stata data in concessione alla Nestlè, quindi gli agrigentini spendono un sacco di soldi per pagare la bolletta dell'acqua che non gli arriva, poi devono spendere un sacco di soldi per comprare l'acqua minerale e devono comprare l'acqua minerale che sgorga dal loro territorio pagandola alla Nestlè. Dopo il danno anche la beffa perché la Nestlè ha chiamato questa acqua con il nome di Santa Rosalia che è la santa della città di Palermo e non della città di Agrigento, cose che chi viene dal sud può capire bene l'aspetto beffardo di questa questione. Come a Frosinone, dove si è chiesto ai cittadini di pagare gli aumenti retroattivi, come a Torino dove sono state incluse in bolletta delle spese che non c'entrano niente, addirittura dei soldi per le Comunità Montane. Gestioni invece come è successo in Versilia dove ai cittadini è stato detto che siccome era calato il consumo, allora bisognava aumentare la bolletta, mentre invece uno dei motivi per cui si riforma anche la gestione dell'acqua è proprio di spingere a evitare gli sprechi. Allora cosa succede? Che se faccio una campagna giusta e sana per evitare gli sprechi, poi mi cala il consumo, allora devo tartassare di più i cittadini, questo ovviamente è assurdo! Oltre a questo il settore dell'acqua ovviamente presenta altre problematiche perché sono quelle relative alla qualità dell'acqua che beviamo, mediamente l'acqua del rubinetto è molto, molto più controllata dell'acqua minerale. La norma che si rifà alla normativa europea e che regola la qualità dell'acqua, i controlli dell'acqua di rubinetto in Italia ha un comma che dice che queste norme così restrittive, non si applicano all'acqua minerale, che quindi è esentata paradossalmente a avere questi controlli così stretti. Detto questo anche in Italia c'è questo problema perché in alcune zone è stata concessa una continua proroga per il superamento di alcuni parametri. Questo è uno dei motivi per cui è importante investire sulle strutture dell'acqua e quindi andare verso una riforma sicuramente di questo sistema che non funziona. Avere nuovi acquedotti, nuove strutture che ci garantiscono la salvaguardia di questa fondamentale risorsa che possiamo sempre bere un'acqua affidabile. Detto questo, non demonizzo l'uso dell'acqua minerale perché anche questo può essere utile in alcuni casi. Certamente è paradossale che in Italia si arrivi a essere il terzo consumatore al mondo di acqua minerale dopo Messico e Emirati Arabi che sono certamente le situazioni dove l'acqua non è abbondante come da noi, quindi anche qui c'è qualcosa che non va. L'appello che si può fare ai cittadini in questo campo è sicuramente di tenersi informati e fare pressione anche in chiave locale perché la gestione dell'acqua tutt'ora avviene in chiave locale perché si investa su questo settore e si garantisca la qualità dell'acqua per tutti.

Fonte: www.beppegrillo.it

lunedì 16 agosto 2010

Campagne a reddito zero

Anche quest’anno per la ormai morente agricoltura italiana, si prospetta una stagione brutta e stagnante, a dir poco a reddito zero; se tutto va bene.La campagna nostrana, il giardino d’europa, madre e fonte invidiata della cucina più famosa del mondo, in completa ed assoluta agonia.Da lustri numerosi, l’infida e parassitaria eurocrazia di Bruxelles ha ridotto l’italico contadino in uno stato di stridente miseria: proponendo esclusivamente politiche di “sussidi”, i quali più che farla sopravvivere, hanno dato all’agricoltura una lunga e lenta agonia, una vera e propria tortura cinese.Distrutta la nostra zootecnia padana, la nostra cerealicoltura centro-meridionale, in crisi perfino la nostra frutticultura mediterranea ed i nostri ortaggi tanto cari e pregiati.

Secondo la nuova e trendy filosofia global, mangiamo carne argentina, beviamo latte tedesco, degustiamo olii maghrebini e frutta tropicale.La stragrande maggioranza di tutto ciò taroccata ed artefatta, manipolata, comprata e pagata centesimi e rivenduta ad euro, seguendo i ferrei diktat della grande e dominante distribuzione.La quale compra in monete svalutate ed incassa in moneta europea.Unica padrona e sovrana delle nostre tavole.La sola cosa che regge ai mercati, fra le antiche colline popolate di vecchi e di smagriti nordafricani, sono i vigneti doc; miracolati da una ristrutturazione ben fatta e dalle raffinate tecniche industriali, commerciali e pubblicitarie.In sintesi anche il vino da anni è etichettato, un prodotto fine e “griffato”.Possenti e “spaziali” trattori , rossi o verdi, attraversano dei campi economicamente perdenti, bancariamente ipotecati, con proprietari quasi falliti e depressi.

Talvolta, addirittura suicidi.Sono molti di più i burocrati, gli impiegati che compilano le innumerevoli ed estenuanti “domande”, dei piccoli imprenditori avviliti che le richiedono.Tutto ciò malgrado anni di manifestazioni anche pressanti, a Roma e Stasburgo, di tutte le tante e divise organizzazioni agrarie che però continuano a vivere sul sangue dei coltivatori sfiniti.

Anche le molte cooperative di produzione e commercio, che avrebbero dovuto dare un contributo ed un sostegno, appaiono indebitate marionette in mano alla spietata politica.La nuda verità di questo paradossale capital-liberismo nostrano, è che tutti ci guadagnano sopra, nella perfida e bieca “filiera”, meno quelli che producono e lavorano duramente.Un mondo fatto di speculatori e intermediari, che lucrano su una merce molto deperibile.Dall’estero ci copiano e ci propinano di tutto, senza far resistenza, senza difesa.Sono a rischio anche gli olii più fini, il parmigiano reggiano, le mozzarelle di bufala, insomma i simboli veri del nostro made in Italy agroalimentare.Quello che si va prefigurando da tempo, a vantaggio dell’economia da “ufficio”, è la scomparsa definitiva del mondo delle tradizioni, del verde, della sostenibilità, della civiltà più antica e più sana.La civiltà di Lucrezio e Virgilo.Tutto quello che splende nell’imminente orizzonte, non è altro che miserabile kebab e cous cous.

LUIGI CARDARELLI

giovedì 5 agosto 2010

Il nuovo esagerato prezzo del latte




Sabato 17 luglio 2010 Assolatte ( l'associazione industriali del latte ) ha comprato una pagina intera di un quotidiano lombardo per lanciare accuse vergognose e arroganti verso i produttori di latte italiano, rei di pretendere un aumento esagerato del prezzo. A parte il fatto di voler fare i conti in tasca agli allevatori, speculando sul fatto di trattenere dei contributi Pac e parte dell'Iva che hanno ben altre motivazioni sociali, si è voluto insinuare che eventuali aumenti del prezzo di vendita al dettaglio saranno da imputare solo alle richieste esagerate del settore primario. Settore primario che è al limite della sopravvivenza, avendo dovuto sopportare in soli 2 anni un calo del prezzo del latte alla produzione del 30%, messo in concorrenza con il latte di importazione, mentre il settore industriale del latte ha così enormemente incrementato il valore aggiunto delle lavorazioni casearie. Si vuole inoltre paragonare il costo di produzione del latte italiano con quello di paesi nord europei o extraeuropei ( Lituania e Nuova Zelanda ), ben sapendo che in Italia vi sono maggiori costi energetici, di manod'opera, di affitto dei terreni e di burocrazia. Se poi c'è un limite di quota produttiva, non è certo colpa degli agricoltori, caso mai della politica. Non dicono inoltre gli industriali del latte che con il latte extracomunitario è impossibile produrre del formaggio di qualità, se non usandolo in quota parte del latte italiano. Non dicono che il latte extracomunitario è usato nella maggior parte nelle produzioni di latte Uht a lunga conservazione, ma che non riescono e non vogliono garantire la tracciabilità, la salubrità e la provenienza. Non dicono che comprano il latte a prezzo extracomunitario e lo rivendono a prezzo italiano, con ricarichi fino a 5 volte il prezzo della materia prima. Non dicono che il latte extracomunitario è spesso usato illegalmente anche nella preparazione dei formaggi tipici italiani, nonché è spesso fonte di frodi per adulterazione con farine lattee e caseinati. Gli industriali del latte, insieme alla politica liberista e mondialista, hanno tirato troppo la corda e ridotto le nostre aziende agricole al limite della sopravvivenza economica, usando gli allevatori come operai al servizio dell'industria, e concedendo miserabili aumenti del prezzo della materia prima al solo fine di tenere in vita il comparto, per i loro profitti commerciali. Industriali e politica che tengono in ostaggio al Senato il Decreto sull'etichettatura e tracciabilità, non permettendo al consumatore di riconoscere il vero prodotto italiano e di sostenerne il consumo e il prezzo. Politica miope che abbuona multe e regala quote a una minoranza leghista, e umilia allevatori onesti in gran maggioranza, abili produttori e allevatori, ma alle strette finanziarie per lo strapotere industriale e la sleale concorrenza dei prodotti esteri, di dubbia qualità e tracciabilità. Siamo alla lotta di sopravvivenza per il comparto agricolo italiano, non è più tempo di indugiare e credere alle promesse. Il prezzo del latte alla produzione in Italia deve essere garantito a 40 centesimi al litro ( 1/3 del costo di 1 litro d'acqua ! ) e i sindacati agricoli non devono mollare. È tempo di bloccare i cancelli delle industrie casearie, se è il caso anche le strade. Gli allevatori sono brava gente, ma a tirare troppo la corda c'è il rischio che si spezzi.

Dott Paolo Zattoni Coordinatore nazionale Lega della Terra

lunedì 26 luglio 2010

Chiudono i consorzi agrari


Ormai la notizia è ufficiale,i consorzi agrari delle province di Salerno,Napoli ed Avellino,dopo aver trascorso svariati anni in liquidazione coatta amministrativa,chiudono i battenti.
L'onere della decisione e della conseguente comunicazione è ovviamente risultato a carico del dott. Giovanni Tomo,attuale commissario del C.A.I. SA.NA.AV (Consorzio Agrario Interprovinciale di Salerno Napoli ed Avellino),che in una riunione tenutasi questa mattina presso la sede di Avellino,ha ufficialmente liberato da ogni impegno agenti e dipendenti.
Verranno ora avviate le pratiche per la mobilità dei dipendenti,mentre per gli agenti non resta che lo sconforto per aver dato anima e corpo ad una realtà che non c'è più ed è sicuramente a loro che va la solidarietà della Lega Della Terra.
Si chiude così,tra lo scontento degli addetti ai lavori, la storia di una delle istituzioni più significative che questo secolo ha visto passare sul mondo agricolo,si perchè i consorzi agrari non devono essere ricordati come un carrozzone politico così come li ha fatti diventare la politica moderna, ma come centri nevralgici degli scambi,degli ammassi dei cereali,delle pratiche di piano verde, (pratiche di pagamenti agevolati che i consorzi agrari mettevano a dipsposizione degli agricoltori negli anni difficili del post terremoto del 1980) e come punto di riferimento per l'assistenza che veniva offerta in ogni settore,dalla zootecnia alla cura delle colture,senza contare che proprio i consorzi agrari sono stati i primi,insieme alla S.I.A.P.A a credere ed investire nella lotta biologica alle problematiche delle colture.
In conclusione,l'unica cosa che sicuramente emerge da simili situazioni è la sofferenza economica dei luoghi in cui in cui si verificano,perchè un'azienda che chiude,non è sintomo di benessere.

martedì 20 luglio 2010

L'economia che bisogna cambiare. Una prospettiva anti capitalista




Ormai il velo delle menzogne è sempre più trasparente: al di là del parere e delle azioni di economi, economisti e scienziati, cosciamente tutti pensano che il treno turbo-capitalista, senza conducente e lanciato a tutta velocità, stia arrivando al termine della corsa. Il disastro è imminente, lento ma inevitabile.
Il capitalismo è davvero in dirittura d'arrivo?
Il capitalismo è un sistema economico malato che viene tenuto in vita artificialmente con l'aiuto di strumenti creati da esso stesso.
Il capitalismo propriamente inteso è vissuto su di un assetto sociale e culturale che si è trascinato fino ad oggi, modificandosi via via, ma mantenendo stabile il medesimo processo funzionale. Il quadro generale della crisi economico-finanziaria è quello di una destabilizzazione sistemica globale della circolazione di merci e capitale a livello del mondo appunto globalizzato. Le precedenti crisi finanziarie degli ultimi anni si configurano come un riflesso e al tempo stesso una causa di eventi e condizionamenti esterni all'economia, di natura politica e geopolitica (l'attentato al WTC e le successive esperienze militari dell'Occidente in Afghanistan e Iraq). Quella di oggi invece si configura come una crisi "endogena", figlia di dinamiche proprie di un processo di crescita e sviluppo minato dall'interno delle economie occidentali a capitalismo avanzato. È cominciata con i mutui subprime, che hanno innescato un meccanismo di insolvibilità generale e hanno tirato giù un castello di carta fatto di titoli e fondi speculativi. Un'onda lunga che ha travolto le banche provocando una crisi generale del settore finanziario portandolo sull'orlo di una bancarotta globale.
Assistiamo ora ad un' inversione del fenomeno della crisi teorizzato da Marx, ovvero un fenomeno ciclico di sovrapproduzione, una condizione che determina prima una crisi dell'economia reale e solo successivamente una destabilizzazione negativa della finanza. L'odierna crisi finanziaria ha determinato un riflesso sull'economia reale. Riduzione del credito, degli investimenti, riduzione del personale, riduzione generale del reddito disponibile e della propensione al consumo: una riduzione della domanda che innesca una spirale macroeconomica che tende a riprodurre e acuire il medesimo processo critico, e quindi continuo ridimensionamento della forza lavoro attiva dovuto a crisi o fallimento delle industrie.
Questa crisi ha molte affinità con quella avvenuta nel 1857, la quale si configurò come la prima crisi finanziaria mondiale della storia, che per modalità di evoluzione ci suggerisce come il processo di interdipendenza internazionali dei mercati fosse allora già presente e quindi condizione strutturale del capitalismo, oggi diremmo, come sistema globale. La crisi del '57 fu originata dal fallimento di una banca newyorkese che portò in breve tempo il panico in Austria, Germania, Francia e Inghilterra (il parallelismo con la crisi attuale è evidente). Questo evento produsse valutazioni innovative rispetto, ad esempio, ai nuovi strumenti finanziari (i precursori dei moderni "futures") che prendevano piede nelle finanze nazionali e condizionarono non poco l'evoluzione della crisi nella sua dimensione internazionale, anche lì (come oggi) accompagnata da un'espansione anomala e incontrollata del credito.
Oggi si è innescato un piano di salvataggio globale dove possiamo assistere al tentativo di autosalvataggio del capitalismo posto in atto dai governi occidentali a mezzo di operazioni concordate con il Fondo Monetario Internazionale che ogni settimana rivaluta la stima del suo costo complessivo (4.000 miliardi di dollari si era detto).
Quello che occorre considerare è la possibilità che la proliferazione di quella che viene generalmente definita "finanza creativa", delle massicce soluzione speculative delle istituzioni bancarie, l'espansione del credito, il boom dei prodotti derivati, riveli una necessità del capitale di trovare nuovi canali di accumulazione di fronte ad uno scenario produttivo che non riesce più a garantire margini di profitto adeguati. In altre parole, la crisi odierna si potrebbe configurare come un diversivo obbligato e rischioso per ovviare alla riduzione dei margini di profitto della produzione reale e dell'accumulazione di capitale connessa. In fondo se pensiamo al panorama economico dove la stessa circolazione monetaria è in balia dei moltiplicatori monetari delle banche e ad una moneta completamente slegata da ogni tipo di controvalore reale (aureo per il dollaro fino al 1971), non è difficile immaginare come i freni ad una finanziariarizzazione dell'economia globale siano svaniti nel corso degli anni. Una fuga in avanti dai termini concreti dell'economia reale basata sulla produzione e sulla vendita di merci.
In definitiva ci troviamo di fronte ad una crisi prodotta da un grave ed esteso processo di sovrapproduzione di merci di fronte alla più grande saturazione del mercato che la storia del capitalismo abbia mai verificato, una destrutturazione endogena del sistema finanziario, quanto come un risultato di una scelta obbligata dell'economia globale di fronte alla saturazione del mercato dell'economia reale, e in quest'ottica la crisi finanziaria non sarebbe la causa del processo critico globale ma un suo effetto.
Questa ipotesi poggia sulla valutazione di settori di mercato, e sia chiaro che quando parliamo di mercato ci riferiamo all'Occidente, dove i mercati sono saturi da un pezzo. La fuga in avanti della finanza quindi può leggersi come un processo tendente a sopperire ai rallentamenti in termini tendenziali della produzione e a mantenere stabili i termini di crescita dell'economia globale. La finanziariarizzazione quindi come droga prestazionale per un economia a rischio stagnazione o default. Se facciamo una valutazione storica sulle condizioni del mercato capitalistico ci accorgeremo di come le forze produttive, che negli anni dello sviluppo fordista garantivano la crescita sulla base di un mercato di prima copertura di beni, oggi funzionino per la maggior parte nel "mercato di sostituzione", un mercato che tende a produrre beni che sostituiscono quelli preesistenti della stessa tipologia per esaurimento di questi ultimi o per avanzamento tecnologico dei primi. Ora, se verifichiamo che importanti settori del mercato occidentale hanno passato il limite della saturazione (il settore automobilistico, in particolare quello europeo che tende a segnare un calo percentuale a due cifre delle immatricolazioni, le telecomunicazioni, specie quelle mobili che segnano una flessione del 20% sulle vendite di apparecchi cellulari, in generale i supporti tecnologici e informatici che in questi anni tanto hanno sostenuto la crescita con un'espansione che sembrava non aver fine) possiamo vedere come prima cosa il rallentamento strutturale della produzione, che per dimensioni non potrà essere certo sostenuto dalla scelta strategica di produrre merci con una vita media di utilizzo più breve, come è stato fatto negli ultimi 2 decenni.
Il sogno finanziario degli anni 2000 (e relativo crollo) è figlio di questa condizione strutturale del mercato. Un'ipotesi interessante, soprattutto perché preannuncerebbe una crisi sistemica strutturale, e non più solo funzionale, del capitalismo avanzato e del capitalismo stesso, nel caso questo dimostrerà di avere esaurito il suo ciclo di sviluppo in Occidente, riproducibile ormai in maniera esclusiva (e quindi suicida nell'ottica di un'economia globale), dai paesi in via di sviluppo, in particolare dalla Cina, India e dalle tigri asiatiche. Possibile ritenere la situazione attuale come l'inizio di un processo di destabilizzazione definitiva dello sviluppo capitalistico, soprattutto nella misura in cui è possibile valutare la finanziarizzazione progressiva dell'economia come il trattamento forzato utilizzato per tenere in vita un capitalismo in stato di coma vegetativo permanente, la cui morte cerebrale è verificabile nel mutamento irreversibile delle dimensioni storiche dei rapporti di produzione e delle determinazioni sociali tipiche del capitalismo e necessarie alla sua esistenza in quanto tale.
Molto complesso e aleatorio fare ipotesi su quanto durerà questo processo, impossibile valutarlo con certezza.
Concludendo, al di là delle analisi macro economiche, possiamo passare a ciò che a noi più importa, ovvero alle ripercussioni reali che questa crisi ha sulle famiglie. In Europa ma soprattutto in Italia.
La giostra della menzogna mediatica è in pieno funzionamento. Fino a poco fa, ascoltavamo infatti i membri dell'odierna classe dirigente che tentavano di rassicurarci dicendo che la crisi economica mondiale avrebbe intaccato solo marginalmente il sistema Italia, ma intanto la nostra percezione della crisi e delle sue sempre più evidenti ripercussioni sull'economia reale aumentava ogni giorno di più.
Sui quotidiani locali, possiamo leggere ogni giorno articoli che annunciano la chiusura di questa o quella fabbrica con annesse mobilità e cassa integrazione per gli operai.
Infine, dopo tante ciance e tante rassicurazioni il ministro dell'economia Giulio Tremonti, ha annunciato un intervento durissimo fatto di tagli alla spesa sociale e di blocco degli stipendi pubblici, bilanciati da un aumento della lotta all'evasione fiscale. Questa la manovra finanziaria di 27 miliardi in due anni che è stata presentata ai rappresentanti degli enti locali, Regioni, Province comuni e comunità montane. Il ministro ha in definitiva ribadito la necessità di sacrifici per aggiustare i conti pubblici, riportare il disavanzo sotto il 3% rispetto al Prodotto interno lordo e salvare l'euro. Manovre già previste in passato da ministri di tutt'altra estrazione come Visco e Padoa Schioppa. Questo a rimarcare per l'ennesima volta come, ormai, le idee sono sostituite dall'esigenze di mercato e le attuazioni sono decise dai signori della finanza e dell'impresa a discapito delle fasce economiche più deboli.
Dati i recenti sviluppiprevediamo nuove prossime misure che andranno ad incidere ancora sui diritti dei lavoratori per poter "rilanciare" le grandi imprese, nella cui mentalità protestante e priva di scrupoli si nasconde lo stesso seme che ha partorito gli speculatori, e renderle "competitive". Tali manovre saranno come al solito propugnate e coadiuvate da Confindustria ed accompagnate dall'abituale lassismo delle organizzazioni sindacali le quali, salvo sparute eccezioni, sono totalmente piegate ai voleri dei signori del palazzo.
Inevitabilmente quindi, dato il peggioramento dello condizioni lavorative, assisteremo ad un impoverimento evidente delle famiglie. A questo dobbiamo aggiungere i preannunciati tagli allo stato sociale. Perchè le risorse vengono recuperate dai tagli alle politiche sociali ed alla sanità, mentre le risorse servono a mantenere il nostro esercito negli avamposti che le forze imperialiste anti-europee hanno conquistato in Iraq ed Afghanistan.
Anche la Grecia, la Spagna ed il Portogallo dove un certo stato sociale ed i diritti dei lavoratori non avevano subito negli anni le stesse amputazioni come da noi, si sono visti costretti a ritoccare l'età pensionabile, i minimi salariali e ovviamente la pressione fiscale.
Noi non crediamo che la crisi economica dovuta ad un modello economico e finanziario demenziale la debbano pagare i lavoratori e le famiglie e che si debba lottare per giungere finalmente ad un modello di sviluppo alternativo che possa garantire dignità a tutte le classi sociali ed arrivare ad una politica statale che garantisca politiche sociali concrete ed immediate.
Cittadini d'Europa e d'Italia, non fatevi ingannare , la crisi è doveroso che la paghi chi per anni si è arricchito alle spalle dei popoli. People of Europe Rise Up!

Alessandro Zanelli
Fonte: Il Megafono

venerdì 16 luglio 2010

Lega della Terra e quote latte

proponiamo da: www.legadellaterra.com



Oggi, sabato 10 luglio 2010, ancora il solito balzello sulle quote latte : chi ha splafonato deve pagare oppure no ?
Lega della Terra è senza ombra di dubbio dalla parte di chi ha sempre rispettato la legge, pur storcendo il naso, rispettando i limiti produttivi imposti ed adeguandosi nel caso a comprare nuovi diritti a produrre o ad affittarli.
Ma la legge sulle quote latte è una legge giusta ? Nonostante l’Italia sia un paese deficitario nella produzione del latte vaccino, è giusto limitare i propri allevatori ed importare cospicue quantità di latte – quasi il 50% del nostro fabbisogno – dall’estero ? Perché alcune centinaia di allevatori, contro i 40.000 onesti che rispettano le regole, si ostina a non rispettare i limiti aziendali imposti dalle quote latte, e continua a produrre in eccesso alla propria quota, per giunta rifiutandosi di pagare le multe ?
Già nel lontano 1983 si cominciò a parlare di limitare la produzione di latte vaccino in Europa, causa un eccesso di offerta e i continui ammassi di prodotto stoccato – in particolare burro e latte in polvere – per salvaguardare il prezzo del prodotto. Si cominciò a rilevare le produzioni nazionali di latte prodotto, e si arrivò così a imporre lo stop ad ulteriori aumenti di produzione, decidendo di fissare quote nazionali. L’Italia fu effettivamente penalizzata in quanto la sua produzione nazionale di latte vaccino era allora intorno al 60% del fabbisogno nazionale, rispetto a paesi come l’Olanda o il Belgio che producevano il 300% del fabbisogno, ma fu premiata nella salvaguardia della sua industria manifatturiera e siderurgica, allora una delle più importanti in tutta Europa.
Era il 1984, e lo Stato italiano decise di aderire a questo sistema, frazionando la quota nazionale in altrettante quote individuali, per una migliore applicazione dei controlli. Fin da subito alcuni allevatori non rispettarono i limiti imposti, accumulando multe che consistevano nel prezzo del latte corrente più una maggiorazione del 15%. Ma la rigidità della legge e dei regolamenti fu ben presto raggirata da politici compiacenti e dagli stessi sindacati agricoli, che allora minimizzavano sul problema. Le quote latte furono suddivise in quota A ( riferita all’anno produttivo 1983 ) e quota B ( la maggior produzione dall’83 al 1991 ). Numerosi regolamenti legislativi crearono una tale confusione da non permettere uno sviluppo armonico del sistema quote, come ad esempio fu disincentivato l’acquisto di quota A perché si sarebbe andati a perdere l’equivalente disponibilità di quota B ( che ricordiamo era una quota disponibile all’allevatore per produrre latte aziendale ma non poteva venderla o cederla in affitto, perché maturata dopo l’anno 1983, anno di riferimento delle quote latte ). Oppure si verificò il caso di un commercio vero e proprio di diritti a produrre, effettuato proprio dai sindacati agricoli degli allevatori ( in primis Coldiretti e Unione Allevatori ), con tanto di provvigione , andando a riesumare vecchi ed ormai estinti diritti a produrre del 1983 e vendendoli come attuali a nuovi allevatori, oppure superando i limiti imposti dalla legge che chiedeva un massimo di 300 qli di latte prodotto per ettaro di proprietà coltivabile, oppure eccedendo nel prezzo di vendita, che andava così a premiare solo chi smetteva di produrre, ma penalizzava chi continuava a restare sul mercato.
Nonostante tutto ciò, la grandissima maggioranza degli allevatori italiani si adeguò al sistema quote latte sperando di salvaguardare il prezzo di vendita del prodotto, ma una limitata percentuale di allevatori – non più del 5% - continuò a produrre in eccesso, andando ad offrire al mercato un prodotto fuori quota che andava solo a danneggiare il prezzo di vendita del latte nel suo insieme e favoriva solamente gli industriali del latte , che lavoravano il prodotto con forti valori aggiunti, mentre gli allevatori non percepivano il prezzo perché per legge la somma era ritenuta per il pagamento delle multe. Poi la politica fece il resto, andando ad appoggiare quella minoranza di allevatori splafonatori, in primis la Lega Nord, che in seguito presero il nome di Cobas del latte, ritornando agli allevatori stessi le somme accantonate per le multe, e innescando innumerevoli ricorsi ai tribunali amministrativi.
Mentre gli onesti compravano quote, accendendo mutui e prestiti anche a discapito di altri possibili investimenti nella produzione, i Cobas vendevano latte fuori quota, compravano terreni e ampliavano le aziende. Ora i Cobas non vogliono pagare le multe, adducendo frodi nell’importazione di latte in polvere o nell’assegnazione delle quote individuali, che pure ci sono state, ma tali da non compromettere i livelli produttivi nazionali. Numerose indagini amministrative hanno valutato la correttezza dei dati nazionali, tutti i tribunali hanno ormai convenuto sulla non accettazione di ulteriori ricorsi, ma la politica di questo governo si ostina a coprire e sostenere chi non ha rispettato le regole, proponendo un ulteriore stop, e diciamolo pure una sorta di sanatoria, sul pagamento delle multe. La lega Nord ha ormai passato il segno, e dopo innumerevoli leggi a favore dei Cobas con rateizzazioni prima 14ennali e poi 30ennali, con attribuzione gratuita di ulteriori quote latte concesse dalla Comunità Europea e distribuite solo agli allevatori splafonatori ( !!! ), ora, davanti all’ostinazione dei Cobas di non pagare ancora le multe, propone una sanatoria.
Per LEGA DELLA TERRA il punto è uno solo : chi esce di un solo litro di latte dal suo riferimento aziendale, in coscienza sa che è fuori regola e deve pagare una multa !
A nulla valgono richiami alle frodi o al conteggio finale nazionale, le multe vanno pagate, anche per rispetto di migliaia di allevatori che hanno rispettato le regole.
Lega Nord e PDL sono la prova evidente del non rispetto delle regole, della politica che premia i più furbi e i più scaltri, del rapporto clientelare politica-elettore e del voto in cambio del favore, in questo caso truffaldino.
Che poi il sistema quote latte al giorno d’oggi non sia più confacente al mercato, questo è un altro problema. Infatti oggi, con la globalizzazione dei mercati e l’invasione di prodotti esteri , anche latte in particolar modo dai paesi del Nord Europa e dalla Nuova Zelanda, non ha più senso limitare la produzione. Ma se così deve essere , deve valere per tutti e non solo per i Cobas. Se ci sono battaglie da fare, vanno fatte tutti insieme, sia contro le frodi nazionali, sia per la liberalizzazione delle produzioni.
Per LEGA DELLA TERRA e FORZA NUOVA l’unico mezzo, che può garantire la sopravvivenza del comparto agricolo e la salvaguardia del prezzo in questo Sistema globale, è la valorizzazione dei prodotti tipici italiani, latte compreso, con l’etichettatura dei prodotti e la garanzia d’origine e di filiera produttiva, nonché una forte azione di controllo e repressione frodi. Mezzo che è osteggiato dal Sistema economico e industriale, per poter continuare a vendere prodotti a “prezzo italiano”, ma di “origine estera”, cioè continuando a frodare la legge e i regolamenti nazionali.
LEGA DELLA TERRA e FORZA NUOVA si batteranno strenuamente per la difesa degli allevatori che hanno sempre rispettato le regole e per la salvaguardia delle nostre tipicità agricole.

Paolo Zattoni.

domenica 4 luglio 2010

C'è ma non si vede...o non si dice


Dalle mie parti si dice che non c'è povertà senza difetto e mai come in questo periodo ritengo sia una delle massime più azzeccate.
In tempi come questi, in cui le mozzarelle diventano blu e non ce ne spiegano(credibilmente) il perchè,possiamo azzardare un'ipotesi ed una provoczione.
La versione ufficiale spiega che la mutazione cromatica avviene a causa di un batterio sviluppatosi in ambienti poco igienici utilizzati per la caseificazione ma è anche lecito chiedersi se sia possibile che il tutto sia accaduto per aver utilizzato,al posto del latte vaccino,del latte in polvere per uso zootecnico contenente dei traccianti, come prevedeva il ddl 4550 del 2000.
Se questa "assurda" ipotesi fosse vera,visto che questa legge è stata abrogata nel 2006,vorrebbe dire che qualcuno vi ha introdotto di proposito dei traccianti o peggio che è stato utilzzato del latte in polvere vecchio di almeno quattro anni.
Quindi,qualunque sia la verità,la situazione non cambia,L'italia importa beni alimentari per nulla o scarsamente controllati,mettendo i nostri piccoli produttori in diretta concorrenza con aziende che grazie a leggi a dir poco permissive ci rifilano ogni genere di porcheria alimentare attirando il pubblico con prezzi impossibili.
E poco conta anche lo sfogo del Ministro Tremonti,giustamente adirato nei cofronti degli amministratori delle regioni meridionali;
"Basta cialtroneria ed irresponsabilità da parte di quelle realtà meridionali che prima protestano poi prendono i soldi" . "Il Sud nell'ambito del programma d'investimento dei fondi europei relativo al periodo 2007-2013 ha ottenuto uno stanziamento di 44 miliardi di euro, però gli amministratori meridionali hanno speso appena 3,6 miliardi".
"Si protesta per i tagli subiti però nel frattempo i soldi pubblici in arrivo dall'Unione Europea non vengono spesi, questo è un fatto gravissimo e la colpa non si può ascrivere a governi di destra o sinistra ma alla cialtroneria di chi prende i soldi e non li utilizza."
Poco conta perchè queste cose succedono in un Paese che lui stesso rappresenta e che gli ha permesso di diventare Ministro(non è stato eletto solo con i voti padani sa signor ministro?
non crede che oltre alle dovute ramanzine dirette agli amministratori avrebbe potuto trovare una soluzione più efficace che levare risorse a chi già non ne ha?)

Restano in ultimo i Consorzi Agrari,ultimo baluardo dell'IRI,ancora in agonia dopo non ricordo più quanti anni,sono cambiati i governi e di conseguenza i commissari (I Consorzi Agrari sono in liquidazione coatta amministrativa) ma non cambia il modus operandi, ovvero si lascia che gli eventi scorrano sugli eventi senza mettere sul tavolo nessun piano di rilancio serio.
A marzo di quest'anno sono stati addirittura bloccati gli acquisti,lasciando di fatto le agenzie vuote proprio nel periodo del risveglio delle campagne negando agli agenti ogni possibilità di vendita e di guadagno (gli agenti dei Consorzi Agrari vengono retribuiti con percentuali sulle vendite),senza contare il fatto che per loro non ci sono ammortizzatori sociali.Nonostante tutto però anche il commissario attualmente in carica continua a rassicurare tutti sui suoi propositi di rilancio,purtroppo per il momento solo a parole visto chè è difficile spiegare come si intende far rinascere un'attività commerciale bloccandone l'esercizio...misteri dell'economia...

Non ci resta che riflettere sulle cose che ci accadono intorno quotidianamente con occhio sempre critico perchè a volte quel che c'è non si vede...o non si dice.