venerdì 27 agosto 2010

LA RIVOLTA DEI PASTORI SARDI



Ci ritroviamo,a distanza di qualche mese, ad affrontare la questione dell'economia Sarda ed in particolare del disagio che soffoca, con morsa sempre più stringente i pastori, che non riuscendo più ad andare avanti e stanchi di vedere calpestati i loro diritti ed inascoltate le loro richieste,hanno manifestato questo disagio con un folto corteo nell'aereoporto di Olbia.
Il segretario di Forza Nuova Roberto Fiore comunica di appoggiare la lotta dei pastori sardi:
"le rivendicazioni dei nostri pastori sono pienamente condivisibili, e le loro proteste orgogliose l'unico modo che hanno per attirare un briciolo di pubblica attenzione su di una problematica allarmante quale quella delle condizioni di trattamento economico e non solo a cui viene sottoposto il loro lavoro. In generale,le difficoltà enormi a cui quotidianamente vanno incontro i nostri pastori, allevatori, coltivatori e produttori della terra sono tali da dover occupare i primi posti nell'agenda politica di un governo responsabile, quale quello Berlusconi non mostra di essere.L'associazione "Lega della terra" a noi vicina è stata mobilitata a sostegno della comunità di pastori sarda."

lunedì 23 agosto 2010

LA CASTA DELL'ACQUA


Salve, sono Giuseppe Marino, sono un giornalista e sono autore di un libro che si chiama "La casta dell'acqua" edizione Nuovi Mondi e che racconta la situazione delle risorse idriche in Italia. Di come vengono gestite, purtroppo assai male, e di alcune vicende recenti ma che affondano le radici all'inizio degli anni 90 che hanno visto anche una larga partecipazione popolare, un grande interesse riguardo a questo tema dell'acqua che si è così riacceso in occasione anche soprattutto della raccolta firme per il referendum per l'abolizione del Decreto Ronchi che apre la gestione dell'acqua al mercato. L'acqua in Italia non è un settore trasparente Mi sono interessato a questa questione dell'acqua principalmente perché aveva due caratteristiche che la rendono interessante per un giornalista: in primo luogo l'acqua per essendo il liquido più trasparente è comunque prigioniera di molti luoghi comuni opachi; in secondo luogo ho incontrato delle storie molto interessanti da raccontare e che ho cercato di riassumere nel libro. " La Casta dell'acqua", perché il titolo? Innanzitutto perché ho scoperto che l'acqua è prigioniera di una vera e propria casta che è politico - economica. l'Italia è l'unico paese in cui l'acqua è di destra o di sinistra. Le gestioni dell'acqua sono state riorganizzate a partire dal 1994 con una norma, la cosiddetta Legge Galli, il cui intento era di riordinare il settore, innanzitutto cercando di renderlo a gestione industriale, cercando di fare sì che la tariffa pagata dai cittadini ripagasse il consumo dell'acqua, gli investimenti, la sua gestione. Fino a quel momento la gestione era invece così detta in economia: i comuni provvedevano in proprio, con i propri mezzi, questo faceva sì che le risorse per realizzare nuovi acquedotti fossero molto scarse, bisognava richiedere continuamente fondi allo Stato e quindi tutto dipendeva ovviamente dalle volontà politiche del momento. Alla fine del 1993, un parlamentare democristiano Giancarlo Galli, riesce a portare in porto questa riforma che diminuisce il numero delle società di gestione degli acquedotti che allora erano oltre le 10 mila, a quelle che sono adesso: poco più di un centinaio. Questo risultato è ottenuto dividendo il territorio italiano in 91 circoscrizioni e in ciascuna di queste, che vengono chiamate ATO (ambiti territoriali ottimali) erano i comuni che dovevano associarsi, costituire cioè delle autorità che controllassero il modo in cui veniva gestita l'acqua e individuare un unico gestore che per tutto l'ambito si occupasse di portare l'acqua ai cittadini e fare tutti gli investimenti necessari, tra l'altro accorpando in un'unica gestione sia l'erogazione dell'acqua, l'acqua che arriva al nostro rubinetto, sia anche la depurazione e la fognatura. Una rivoluzione che sicuramente modernizzava o perlomeno aveva l'intenzione di modernizzare il settore. Fin dall'inizio era una rivoluzione tradita perché questi ATO non vennero suddivisi come era nella volontà dell'ideatore della Legge Galli in base a bacini idrografici. Se tutti beviamo dallo stesso fiume o dalla stessa fonte sarebbe logico che ci mettessimo insieme tutti quelli che si approvvigionano una stessa fonte per avere un unico gestore. Invece la suddivisione del territorio viene fatta secondo la logica amministrativa, secondo più o meno le province che però è anche - guarda caso - la ripartizione dei partiti politici. Infatti poi i gestori vennero individuati in gran parte in casa; quelli che vengono messi cosiddetti sul mercato, guarda caso, hanno invece una colorazione politica che spesso risponde a quella della maggioranza dei comuni che gravano nello stesso territorio. La malgestione dell'acqua da parte della politica La situazione attuale quindi necessita sicuramente di un cambiamento, perché attorno all'acqua poi sono proliferati decine di consigli di amministrazione, in cui sono presenti politici che dovrebbero essere controllati da altri politici dello stesso partito. Queste autorità che insistono su ciascuno di questi ambiti alla fine sono compagni di partito dei consiglieri di amministrazione che hanno nominato all'interno delle società di gestione. Ne risulta ovviamente un grave conflitto di interessi che ha fatto sì che ci fosse un aumento delle bollette in 10 anni, superiore al doppio del tasso di inflazione. Gli investimenti quindi nel momento in cui le tariffe sono aumentate, sono invece fermi a circa la metà di quello che era stato promesso da queste aziende di gestione, nelle quali c'è sì una presenza di aziende private come soci, ma nel 95%% dei casi, il controllo delle società, almeno sulla carta resta comunque in mano alla componente politica. Il Decreto Ronchi si propone di aprire al mercato, quindi di portare una maggiore partecipazione di aziende private, questo almeno personalmente non lo ritengo necessariamente un male, perché si parla non di privatizzare l'acqua ma di privatizzare la gestione dell'acqua, come l'acqua arriva dalla fonte fino al nostro rubinetto, qual è il problema? Che nelle condizioni attuali, con le regole che ci sono adesso, con la mancanza di autorità di controllo veramente indipendenti e con questa influenza che ha attualmente la politica in situazioni di conflitto di interesse, dare questa gestione in mano a aziende private rischia di portarci a ripetere vicende di privatizzazioni come sono state per esempio quelle delle autostrade, che certamente non sono andate almeno finora a vantaggio dell'interesse dei cittadini. Si tratta quindi evidentemente di fare scelte diverse, un movimento popolare in questo momento che sta raccogliendo delle firme per un referendum, movimento che secondo me dovrebbe soprattutto puntare a concretizzare meglio un'alternativa, a proporre un'alternativa fattibile per la gestione dell'acqua. La proposta di questo movimento è certamente interessante perché punta a coinvolgere maggiormente e più direttamente i cittadini nella gestione della loro acqua, ma certamente questo non è facile quando si tratta di comunità molto grandi come per esempio grandi città come Roma o Milano o per esempio addirittura nel caso di Milano. Sarebbe veramente difficile perché attualmente a Milano l'acqua si paga all'interno delle spese condominiali per esempio, quindi il cittadino singolo non ha neanche la percezione delle spese che sostiene per l'acqua, tra l'altro Milano è una situazione privilegiata, c'è una situazione che è completamente pubblica e Milano ha la bolletta più bassa d'Italia e anche le perdite dalle tubature più basse d'Italia. La situazione in questo senso è molto diversa a seconda delle zone d'Italia, non sempre è tutto negativo al sud e tutto positivo al nord, ma certamente ci sono al sud delle situazioni che sono veramente drammatiche. Ci sono situazioni come quella di Agrigento che sono veramente inaccettabili in un paese moderno situazioni che racconto nel mio libro. A Agrigento è stata costituita una società mista pubblico - privato un modello che va molto di moda che amplifica le situazioni di conflitti di interessi in assenza di regole e a Agrigento i cittadini hanno la bolletta più alta d'Italia, si va oltre 400 Euro l'anno e al contempo ricevono l'acqua in molti quartieri una volta ogni 15 giorni. Nelle case di Agrigento è comune vedere spazi occupati da grosse cisterne per fare scorta di acqua e poter sopperire a questa continua mancanza. Colmo dei colmi nella zona di Agrigento negli ultimi anni è stata ceduta una fonte di acqua minerale, è stata data in concessione alla Nestlè, quindi gli agrigentini spendono un sacco di soldi per pagare la bolletta dell'acqua che non gli arriva, poi devono spendere un sacco di soldi per comprare l'acqua minerale e devono comprare l'acqua minerale che sgorga dal loro territorio pagandola alla Nestlè. Dopo il danno anche la beffa perché la Nestlè ha chiamato questa acqua con il nome di Santa Rosalia che è la santa della città di Palermo e non della città di Agrigento, cose che chi viene dal sud può capire bene l'aspetto beffardo di questa questione. Come a Frosinone, dove si è chiesto ai cittadini di pagare gli aumenti retroattivi, come a Torino dove sono state incluse in bolletta delle spese che non c'entrano niente, addirittura dei soldi per le Comunità Montane. Gestioni invece come è successo in Versilia dove ai cittadini è stato detto che siccome era calato il consumo, allora bisognava aumentare la bolletta, mentre invece uno dei motivi per cui si riforma anche la gestione dell'acqua è proprio di spingere a evitare gli sprechi. Allora cosa succede? Che se faccio una campagna giusta e sana per evitare gli sprechi, poi mi cala il consumo, allora devo tartassare di più i cittadini, questo ovviamente è assurdo! Oltre a questo il settore dell'acqua ovviamente presenta altre problematiche perché sono quelle relative alla qualità dell'acqua che beviamo, mediamente l'acqua del rubinetto è molto, molto più controllata dell'acqua minerale. La norma che si rifà alla normativa europea e che regola la qualità dell'acqua, i controlli dell'acqua di rubinetto in Italia ha un comma che dice che queste norme così restrittive, non si applicano all'acqua minerale, che quindi è esentata paradossalmente a avere questi controlli così stretti. Detto questo anche in Italia c'è questo problema perché in alcune zone è stata concessa una continua proroga per il superamento di alcuni parametri. Questo è uno dei motivi per cui è importante investire sulle strutture dell'acqua e quindi andare verso una riforma sicuramente di questo sistema che non funziona. Avere nuovi acquedotti, nuove strutture che ci garantiscono la salvaguardia di questa fondamentale risorsa che possiamo sempre bere un'acqua affidabile. Detto questo, non demonizzo l'uso dell'acqua minerale perché anche questo può essere utile in alcuni casi. Certamente è paradossale che in Italia si arrivi a essere il terzo consumatore al mondo di acqua minerale dopo Messico e Emirati Arabi che sono certamente le situazioni dove l'acqua non è abbondante come da noi, quindi anche qui c'è qualcosa che non va. L'appello che si può fare ai cittadini in questo campo è sicuramente di tenersi informati e fare pressione anche in chiave locale perché la gestione dell'acqua tutt'ora avviene in chiave locale perché si investa su questo settore e si garantisca la qualità dell'acqua per tutti.

Fonte: www.beppegrillo.it

lunedì 16 agosto 2010

Campagne a reddito zero

Anche quest’anno per la ormai morente agricoltura italiana, si prospetta una stagione brutta e stagnante, a dir poco a reddito zero; se tutto va bene.La campagna nostrana, il giardino d’europa, madre e fonte invidiata della cucina più famosa del mondo, in completa ed assoluta agonia.Da lustri numerosi, l’infida e parassitaria eurocrazia di Bruxelles ha ridotto l’italico contadino in uno stato di stridente miseria: proponendo esclusivamente politiche di “sussidi”, i quali più che farla sopravvivere, hanno dato all’agricoltura una lunga e lenta agonia, una vera e propria tortura cinese.Distrutta la nostra zootecnia padana, la nostra cerealicoltura centro-meridionale, in crisi perfino la nostra frutticultura mediterranea ed i nostri ortaggi tanto cari e pregiati.

Secondo la nuova e trendy filosofia global, mangiamo carne argentina, beviamo latte tedesco, degustiamo olii maghrebini e frutta tropicale.La stragrande maggioranza di tutto ciò taroccata ed artefatta, manipolata, comprata e pagata centesimi e rivenduta ad euro, seguendo i ferrei diktat della grande e dominante distribuzione.La quale compra in monete svalutate ed incassa in moneta europea.Unica padrona e sovrana delle nostre tavole.La sola cosa che regge ai mercati, fra le antiche colline popolate di vecchi e di smagriti nordafricani, sono i vigneti doc; miracolati da una ristrutturazione ben fatta e dalle raffinate tecniche industriali, commerciali e pubblicitarie.In sintesi anche il vino da anni è etichettato, un prodotto fine e “griffato”.Possenti e “spaziali” trattori , rossi o verdi, attraversano dei campi economicamente perdenti, bancariamente ipotecati, con proprietari quasi falliti e depressi.

Talvolta, addirittura suicidi.Sono molti di più i burocrati, gli impiegati che compilano le innumerevoli ed estenuanti “domande”, dei piccoli imprenditori avviliti che le richiedono.Tutto ciò malgrado anni di manifestazioni anche pressanti, a Roma e Stasburgo, di tutte le tante e divise organizzazioni agrarie che però continuano a vivere sul sangue dei coltivatori sfiniti.

Anche le molte cooperative di produzione e commercio, che avrebbero dovuto dare un contributo ed un sostegno, appaiono indebitate marionette in mano alla spietata politica.La nuda verità di questo paradossale capital-liberismo nostrano, è che tutti ci guadagnano sopra, nella perfida e bieca “filiera”, meno quelli che producono e lavorano duramente.Un mondo fatto di speculatori e intermediari, che lucrano su una merce molto deperibile.Dall’estero ci copiano e ci propinano di tutto, senza far resistenza, senza difesa.Sono a rischio anche gli olii più fini, il parmigiano reggiano, le mozzarelle di bufala, insomma i simboli veri del nostro made in Italy agroalimentare.Quello che si va prefigurando da tempo, a vantaggio dell’economia da “ufficio”, è la scomparsa definitiva del mondo delle tradizioni, del verde, della sostenibilità, della civiltà più antica e più sana.La civiltà di Lucrezio e Virgilo.Tutto quello che splende nell’imminente orizzonte, non è altro che miserabile kebab e cous cous.

LUIGI CARDARELLI

giovedì 5 agosto 2010

Il nuovo esagerato prezzo del latte




Sabato 17 luglio 2010 Assolatte ( l'associazione industriali del latte ) ha comprato una pagina intera di un quotidiano lombardo per lanciare accuse vergognose e arroganti verso i produttori di latte italiano, rei di pretendere un aumento esagerato del prezzo. A parte il fatto di voler fare i conti in tasca agli allevatori, speculando sul fatto di trattenere dei contributi Pac e parte dell'Iva che hanno ben altre motivazioni sociali, si è voluto insinuare che eventuali aumenti del prezzo di vendita al dettaglio saranno da imputare solo alle richieste esagerate del settore primario. Settore primario che è al limite della sopravvivenza, avendo dovuto sopportare in soli 2 anni un calo del prezzo del latte alla produzione del 30%, messo in concorrenza con il latte di importazione, mentre il settore industriale del latte ha così enormemente incrementato il valore aggiunto delle lavorazioni casearie. Si vuole inoltre paragonare il costo di produzione del latte italiano con quello di paesi nord europei o extraeuropei ( Lituania e Nuova Zelanda ), ben sapendo che in Italia vi sono maggiori costi energetici, di manod'opera, di affitto dei terreni e di burocrazia. Se poi c'è un limite di quota produttiva, non è certo colpa degli agricoltori, caso mai della politica. Non dicono inoltre gli industriali del latte che con il latte extracomunitario è impossibile produrre del formaggio di qualità, se non usandolo in quota parte del latte italiano. Non dicono che il latte extracomunitario è usato nella maggior parte nelle produzioni di latte Uht a lunga conservazione, ma che non riescono e non vogliono garantire la tracciabilità, la salubrità e la provenienza. Non dicono che comprano il latte a prezzo extracomunitario e lo rivendono a prezzo italiano, con ricarichi fino a 5 volte il prezzo della materia prima. Non dicono che il latte extracomunitario è spesso usato illegalmente anche nella preparazione dei formaggi tipici italiani, nonché è spesso fonte di frodi per adulterazione con farine lattee e caseinati. Gli industriali del latte, insieme alla politica liberista e mondialista, hanno tirato troppo la corda e ridotto le nostre aziende agricole al limite della sopravvivenza economica, usando gli allevatori come operai al servizio dell'industria, e concedendo miserabili aumenti del prezzo della materia prima al solo fine di tenere in vita il comparto, per i loro profitti commerciali. Industriali e politica che tengono in ostaggio al Senato il Decreto sull'etichettatura e tracciabilità, non permettendo al consumatore di riconoscere il vero prodotto italiano e di sostenerne il consumo e il prezzo. Politica miope che abbuona multe e regala quote a una minoranza leghista, e umilia allevatori onesti in gran maggioranza, abili produttori e allevatori, ma alle strette finanziarie per lo strapotere industriale e la sleale concorrenza dei prodotti esteri, di dubbia qualità e tracciabilità. Siamo alla lotta di sopravvivenza per il comparto agricolo italiano, non è più tempo di indugiare e credere alle promesse. Il prezzo del latte alla produzione in Italia deve essere garantito a 40 centesimi al litro ( 1/3 del costo di 1 litro d'acqua ! ) e i sindacati agricoli non devono mollare. È tempo di bloccare i cancelli delle industrie casearie, se è il caso anche le strade. Gli allevatori sono brava gente, ma a tirare troppo la corda c'è il rischio che si spezzi.

Dott Paolo Zattoni Coordinatore nazionale Lega della Terra