martedì 20 luglio 2010

L'economia che bisogna cambiare. Una prospettiva anti capitalista




Ormai il velo delle menzogne è sempre più trasparente: al di là del parere e delle azioni di economi, economisti e scienziati, cosciamente tutti pensano che il treno turbo-capitalista, senza conducente e lanciato a tutta velocità, stia arrivando al termine della corsa. Il disastro è imminente, lento ma inevitabile.
Il capitalismo è davvero in dirittura d'arrivo?
Il capitalismo è un sistema economico malato che viene tenuto in vita artificialmente con l'aiuto di strumenti creati da esso stesso.
Il capitalismo propriamente inteso è vissuto su di un assetto sociale e culturale che si è trascinato fino ad oggi, modificandosi via via, ma mantenendo stabile il medesimo processo funzionale. Il quadro generale della crisi economico-finanziaria è quello di una destabilizzazione sistemica globale della circolazione di merci e capitale a livello del mondo appunto globalizzato. Le precedenti crisi finanziarie degli ultimi anni si configurano come un riflesso e al tempo stesso una causa di eventi e condizionamenti esterni all'economia, di natura politica e geopolitica (l'attentato al WTC e le successive esperienze militari dell'Occidente in Afghanistan e Iraq). Quella di oggi invece si configura come una crisi "endogena", figlia di dinamiche proprie di un processo di crescita e sviluppo minato dall'interno delle economie occidentali a capitalismo avanzato. È cominciata con i mutui subprime, che hanno innescato un meccanismo di insolvibilità generale e hanno tirato giù un castello di carta fatto di titoli e fondi speculativi. Un'onda lunga che ha travolto le banche provocando una crisi generale del settore finanziario portandolo sull'orlo di una bancarotta globale.
Assistiamo ora ad un' inversione del fenomeno della crisi teorizzato da Marx, ovvero un fenomeno ciclico di sovrapproduzione, una condizione che determina prima una crisi dell'economia reale e solo successivamente una destabilizzazione negativa della finanza. L'odierna crisi finanziaria ha determinato un riflesso sull'economia reale. Riduzione del credito, degli investimenti, riduzione del personale, riduzione generale del reddito disponibile e della propensione al consumo: una riduzione della domanda che innesca una spirale macroeconomica che tende a riprodurre e acuire il medesimo processo critico, e quindi continuo ridimensionamento della forza lavoro attiva dovuto a crisi o fallimento delle industrie.
Questa crisi ha molte affinità con quella avvenuta nel 1857, la quale si configurò come la prima crisi finanziaria mondiale della storia, che per modalità di evoluzione ci suggerisce come il processo di interdipendenza internazionali dei mercati fosse allora già presente e quindi condizione strutturale del capitalismo, oggi diremmo, come sistema globale. La crisi del '57 fu originata dal fallimento di una banca newyorkese che portò in breve tempo il panico in Austria, Germania, Francia e Inghilterra (il parallelismo con la crisi attuale è evidente). Questo evento produsse valutazioni innovative rispetto, ad esempio, ai nuovi strumenti finanziari (i precursori dei moderni "futures") che prendevano piede nelle finanze nazionali e condizionarono non poco l'evoluzione della crisi nella sua dimensione internazionale, anche lì (come oggi) accompagnata da un'espansione anomala e incontrollata del credito.
Oggi si è innescato un piano di salvataggio globale dove possiamo assistere al tentativo di autosalvataggio del capitalismo posto in atto dai governi occidentali a mezzo di operazioni concordate con il Fondo Monetario Internazionale che ogni settimana rivaluta la stima del suo costo complessivo (4.000 miliardi di dollari si era detto).
Quello che occorre considerare è la possibilità che la proliferazione di quella che viene generalmente definita "finanza creativa", delle massicce soluzione speculative delle istituzioni bancarie, l'espansione del credito, il boom dei prodotti derivati, riveli una necessità del capitale di trovare nuovi canali di accumulazione di fronte ad uno scenario produttivo che non riesce più a garantire margini di profitto adeguati. In altre parole, la crisi odierna si potrebbe configurare come un diversivo obbligato e rischioso per ovviare alla riduzione dei margini di profitto della produzione reale e dell'accumulazione di capitale connessa. In fondo se pensiamo al panorama economico dove la stessa circolazione monetaria è in balia dei moltiplicatori monetari delle banche e ad una moneta completamente slegata da ogni tipo di controvalore reale (aureo per il dollaro fino al 1971), non è difficile immaginare come i freni ad una finanziariarizzazione dell'economia globale siano svaniti nel corso degli anni. Una fuga in avanti dai termini concreti dell'economia reale basata sulla produzione e sulla vendita di merci.
In definitiva ci troviamo di fronte ad una crisi prodotta da un grave ed esteso processo di sovrapproduzione di merci di fronte alla più grande saturazione del mercato che la storia del capitalismo abbia mai verificato, una destrutturazione endogena del sistema finanziario, quanto come un risultato di una scelta obbligata dell'economia globale di fronte alla saturazione del mercato dell'economia reale, e in quest'ottica la crisi finanziaria non sarebbe la causa del processo critico globale ma un suo effetto.
Questa ipotesi poggia sulla valutazione di settori di mercato, e sia chiaro che quando parliamo di mercato ci riferiamo all'Occidente, dove i mercati sono saturi da un pezzo. La fuga in avanti della finanza quindi può leggersi come un processo tendente a sopperire ai rallentamenti in termini tendenziali della produzione e a mantenere stabili i termini di crescita dell'economia globale. La finanziariarizzazione quindi come droga prestazionale per un economia a rischio stagnazione o default. Se facciamo una valutazione storica sulle condizioni del mercato capitalistico ci accorgeremo di come le forze produttive, che negli anni dello sviluppo fordista garantivano la crescita sulla base di un mercato di prima copertura di beni, oggi funzionino per la maggior parte nel "mercato di sostituzione", un mercato che tende a produrre beni che sostituiscono quelli preesistenti della stessa tipologia per esaurimento di questi ultimi o per avanzamento tecnologico dei primi. Ora, se verifichiamo che importanti settori del mercato occidentale hanno passato il limite della saturazione (il settore automobilistico, in particolare quello europeo che tende a segnare un calo percentuale a due cifre delle immatricolazioni, le telecomunicazioni, specie quelle mobili che segnano una flessione del 20% sulle vendite di apparecchi cellulari, in generale i supporti tecnologici e informatici che in questi anni tanto hanno sostenuto la crescita con un'espansione che sembrava non aver fine) possiamo vedere come prima cosa il rallentamento strutturale della produzione, che per dimensioni non potrà essere certo sostenuto dalla scelta strategica di produrre merci con una vita media di utilizzo più breve, come è stato fatto negli ultimi 2 decenni.
Il sogno finanziario degli anni 2000 (e relativo crollo) è figlio di questa condizione strutturale del mercato. Un'ipotesi interessante, soprattutto perché preannuncerebbe una crisi sistemica strutturale, e non più solo funzionale, del capitalismo avanzato e del capitalismo stesso, nel caso questo dimostrerà di avere esaurito il suo ciclo di sviluppo in Occidente, riproducibile ormai in maniera esclusiva (e quindi suicida nell'ottica di un'economia globale), dai paesi in via di sviluppo, in particolare dalla Cina, India e dalle tigri asiatiche. Possibile ritenere la situazione attuale come l'inizio di un processo di destabilizzazione definitiva dello sviluppo capitalistico, soprattutto nella misura in cui è possibile valutare la finanziarizzazione progressiva dell'economia come il trattamento forzato utilizzato per tenere in vita un capitalismo in stato di coma vegetativo permanente, la cui morte cerebrale è verificabile nel mutamento irreversibile delle dimensioni storiche dei rapporti di produzione e delle determinazioni sociali tipiche del capitalismo e necessarie alla sua esistenza in quanto tale.
Molto complesso e aleatorio fare ipotesi su quanto durerà questo processo, impossibile valutarlo con certezza.
Concludendo, al di là delle analisi macro economiche, possiamo passare a ciò che a noi più importa, ovvero alle ripercussioni reali che questa crisi ha sulle famiglie. In Europa ma soprattutto in Italia.
La giostra della menzogna mediatica è in pieno funzionamento. Fino a poco fa, ascoltavamo infatti i membri dell'odierna classe dirigente che tentavano di rassicurarci dicendo che la crisi economica mondiale avrebbe intaccato solo marginalmente il sistema Italia, ma intanto la nostra percezione della crisi e delle sue sempre più evidenti ripercussioni sull'economia reale aumentava ogni giorno di più.
Sui quotidiani locali, possiamo leggere ogni giorno articoli che annunciano la chiusura di questa o quella fabbrica con annesse mobilità e cassa integrazione per gli operai.
Infine, dopo tante ciance e tante rassicurazioni il ministro dell'economia Giulio Tremonti, ha annunciato un intervento durissimo fatto di tagli alla spesa sociale e di blocco degli stipendi pubblici, bilanciati da un aumento della lotta all'evasione fiscale. Questa la manovra finanziaria di 27 miliardi in due anni che è stata presentata ai rappresentanti degli enti locali, Regioni, Province comuni e comunità montane. Il ministro ha in definitiva ribadito la necessità di sacrifici per aggiustare i conti pubblici, riportare il disavanzo sotto il 3% rispetto al Prodotto interno lordo e salvare l'euro. Manovre già previste in passato da ministri di tutt'altra estrazione come Visco e Padoa Schioppa. Questo a rimarcare per l'ennesima volta come, ormai, le idee sono sostituite dall'esigenze di mercato e le attuazioni sono decise dai signori della finanza e dell'impresa a discapito delle fasce economiche più deboli.
Dati i recenti sviluppiprevediamo nuove prossime misure che andranno ad incidere ancora sui diritti dei lavoratori per poter "rilanciare" le grandi imprese, nella cui mentalità protestante e priva di scrupoli si nasconde lo stesso seme che ha partorito gli speculatori, e renderle "competitive". Tali manovre saranno come al solito propugnate e coadiuvate da Confindustria ed accompagnate dall'abituale lassismo delle organizzazioni sindacali le quali, salvo sparute eccezioni, sono totalmente piegate ai voleri dei signori del palazzo.
Inevitabilmente quindi, dato il peggioramento dello condizioni lavorative, assisteremo ad un impoverimento evidente delle famiglie. A questo dobbiamo aggiungere i preannunciati tagli allo stato sociale. Perchè le risorse vengono recuperate dai tagli alle politiche sociali ed alla sanità, mentre le risorse servono a mantenere il nostro esercito negli avamposti che le forze imperialiste anti-europee hanno conquistato in Iraq ed Afghanistan.
Anche la Grecia, la Spagna ed il Portogallo dove un certo stato sociale ed i diritti dei lavoratori non avevano subito negli anni le stesse amputazioni come da noi, si sono visti costretti a ritoccare l'età pensionabile, i minimi salariali e ovviamente la pressione fiscale.
Noi non crediamo che la crisi economica dovuta ad un modello economico e finanziario demenziale la debbano pagare i lavoratori e le famiglie e che si debba lottare per giungere finalmente ad un modello di sviluppo alternativo che possa garantire dignità a tutte le classi sociali ed arrivare ad una politica statale che garantisca politiche sociali concrete ed immediate.
Cittadini d'Europa e d'Italia, non fatevi ingannare , la crisi è doveroso che la paghi chi per anni si è arricchito alle spalle dei popoli. People of Europe Rise Up!

Alessandro Zanelli
Fonte: Il Megafono

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